La Sicurezza di Terzi sui Luoghi di Lavoro

La sicurezza di terzi sui Luoghi di Lavoro è una vecchia e annosa questione che risale fino agli albori della sicurezza stessa. Si parla degli anni ’50 dello scorso secolo. Non staremo certamente qui a fare excursus di quella che oramai è storia, non è il fine di questo blog. Ma proveremo a fare delle considerazioni e a dare delle opinioni su quelle che sono situazioni di fatto e anche sentenze della Suprema Corte di Cassazione.


    di Valerio Cinelli       segui su:   Linkedin    Facebook


Il Datore di Lavoro ha obblighi precisi di tutela nei confronti dei lavoratori che si trovano all’interno degli ambienti di lavoro e non. Quindi ha obblighi di tutela nei confronti dei lavoratori a lui subalterni per l’incarico che svolgono per l’unità produttiva, in quanto tale, e quindi per tutta l’organizzazione denominata Azienda.

Detto questo, ed assodato il principio cardine, tramite sentenze di ogni tipo in questo argomento, sorge spontanea una domanda, che anche un dubbio: e per i terzi che dovessero accedere ai Luoghi di Lavoro, quali normative devono essere applicate? Quale “sicurezza” deve essere loro garantita?

Per non cadere subito in polemiche (ci cimenteremo dopo), che non abbiano perlomeno una base giuridica o interpretativa, riporto uno stralcio di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione in merito alla domanda.

Cassazione Sezione IV Penale – Sentenza n. 43966 del 17 novembre 2009  (u. p. 6/11/2009) –  Pres. Mocali – Est. Piccialli – P.M. (Parz. conf.) Geraci  M. A. 

Il destinatario degli obblighi di prevenzione, se si ravvisa un nesso causale fra un infortunio ed una violazione di sicurezza, è garante non solo della incolumità dei prestatori di lavoro ma anche delle persone estranee all’ambito datoriale.

 In merito alla presenza di una persona estranea al “luogo di lavoro” la suprema Corte ha tenuto a precisare che:

“la disciplina dei contratti di appalto, come quella dei contratti di opera e di subappalto (cfr., ora, il Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 26, ma ribadendo principi già affermati nella normativa di settore), è molto rigorosa, dimostrando con chiarezza l’intendimento del legislatore di assicurare al massimo livello un ambiente di lavoro sicuro, con conseguente ‘estensione’ dei soggetti onerati della relativa ‘posizione di garanzia’ nella materia prevenzionale.

Tale normativa costituisce, del resto coerente sviluppo del principio (di cui al generalissimo disposto dell’articolo 2087 c.c., comportante l’obbligo a carico del Datore di Lavoro di garantire le migliori condizioni di sicurezza dell’ambente di lavoro), in forza del quale il destinatario degli obblighi di prevenzione è costituito garante non solo dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale del prestatore di lavoro ma anche di persona estranea all’ambito imprenditoriale, purché sia ravvisabile il nesso causale tra l’infortunio e la violazione della disciplina sugli obblighi di sicurezza”.

 Già in questa prima parte della sentenza si ravvisa l’intendimento della Suprema Corte di Cassazione di dare un chiaro indirizzo cautelativo per quanto riguarda l’incolumità di coloro che, non solo lavorano, ma che accedono ai Luoghi di Lavoro.

Il primo esempio lampante che mi viene in mente sono i supermercati, i grandi centri commerciali, palestre, e chi ne ha di più ne metta.

Ma andiamo avanti.

 “Le norme antinfortunistiche” prosegue la Sez. IV, “non sono dettate soltanto per la tutela dei lavoratori, ossia per eliminare il rischio che i lavoratori (e solo i lavoratori) possano subire danni nell’esercizio della loro attività, ma sono dettate anche a tutela dei terzi, cioè di tutti coloro che, per una qualsiasi legittima ragione, accedono nei cantieri o comunque in luoghi ove vi sono macchine che, se non munite dei presidi antinfortunistici voluti dalla legge, possono essere causa di eventi dannosi. Le disposizioni prevenzionali sono quindi da considerare emanate nell’interesse di tutti, finanche degli estranei al rapporto di lavoro, occasionalmente presenti nel medesimo ambiente lavorativo, a prescindere, quindi, da un rapporto di dipendenza diretta con il titolare dell’impresa”.

”In caso di lesioni e di omicidio colposi”, conclude la Corte di Cassazione, “perché possa ravvisarsi l’ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, è necessario e sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l’evento dannoso un legame causale, il quale ricorre tutte le volte che il fatto sia ricollegabile alla inosservanza delle norme stesse secondo i principi dettati dagli articoli 40 e 41 c.p” e precisa ancora che “dovrà ravvisarsi l’aggravante di cui all’articolo 589 c.p., comma 2, e articolo 590 c.p., comma 3, nonché il requisito della perseguibilità d’ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex articolo 590 c.p., u.c., anche nel caso di soggetto passivo estraneo all’attività ed all’ambiente di lavoro, purché la presenza di tale soggetto nel luogo e nel momento dell’infortunio non abbia tali caratteri di anormalità, atipicità ed eccezionalità da far ritenere interrotto il nesso eziologico tra l’evento e la condotta inosservante e purché, ovviamente, la norma violata miri a prevenire incidenti come quello in effetti verificatosi (v. Sez. 4, 10 novembre 2005, Proc. Trento in proc. Sartori e Sez. 3, 29 novembre 2007, Sava)”.

Per una volta mi sembra che la Suprema Corte di Cassazione si sia espressa con chiarezza e senza mezze misure, anche per chi non ha una laurea in giurisprudenza.

Risulta evidente l’intento della Suprema Corte di Cassazione di dare un chiaro segno di “responsabilità” a chi gestisce ambienti (Datore di Lavoro), dove hanno accesso anche “terze persone”, che sono a tutti gli effetti ospiti di Luoghi di Lavoro, in cui vengono esercitate le mansioni che caratterizzano un Luogo di Lavoro.

Estremamente valido l’ultimo periodo che chiarisce quali attività e Luoghi di Lavoro, siano soggette effettivamente a questo intente e quali no:

purché la presenza di tale soggetto nel luogo e nel momento dell’infortunio non abbia tali caratteri di anormalità, atipicità ed eccezionalità da far ritenere interrotto il nesso eziologico tra l’evento e la condotta inosservante e purché, ovviamente, la norma violata miri a prevenire incidenti come quello in effetti verificatosi.

Questo discriminante non deve far tremare tutte le attività, che per un motivo saltuario e di eccezionalità, abbiano terzi all’interno della propria unità produttiva.

Ben altra cosa il discorso da affrontare in quelle attività che accennavo prima, attività con presenza costante di terzi.

Quando si parla di ambienti di lavoro non si può prescindere da parlare della Valutazione dei Rischi nei Luoghi di Lavoro. Gli ambienti che sono costantemente frequentati da terzi, come clienti e visitatori, devono obbligatoriamente inserire all’interno del proprio documento di Valutazione dei Rischi una sezione a loro dedicata.

Questa sezione dovrebbe “valutare”, mi si conceda il termine, l’ingerenza che inevitabilmente c’è fra l’ambiente di lavoro propriamente detto, e quindi il ciclo produttivo, e la presenza di estranei al ciclo produttivo stesso (ospiti, clienti, utenti, ecc…).

Risulta evidente che il Datore di Lavoro, tramite il suo servizio di prevenzione e protezione,  debba valutare all’interno del documento di Valutazione dei Rischi, la possibile interferenza fra il ciclo produttivo e i terzi che si potrebbero venire a creare negli ambienti di lavoro. Questa valutazione di interferenza deve essere tanto più accurata, tanto più la presenza risulta assidua e prolungata nel tempo.

Questo è un chiaro riferimento a quelle attività come supermercati, grandi centri commerciali, palestre, bar, negozi, ecc… I datori di lavoro di queste attività hanno obblighi e responsabilità verso i terzi, in questo caso definibili clienti e/o utenti, simile a quello che hanno per i propri dipendenti.

È indubbio che nel momento in cui sia necessario rendere edotto un terzo estraneo su quella che è la Valutazione dei Rischi interna di una qualsiasi attività, diventa cosa complessa è difficile, forse non completamente attuabile.

Quello che il Datore di Lavoro può fare è redigere un Piano di Emergenza ed Evacuazione del luogo di lavoro che tenga di conto non soltanto dei propri lavoratori e del proprio ciclo produttivo, ma anche della costante presenza di terzi estranei, che nella maggior parte dei casi si tratta di clienti e/o utenti di tale struttura.

Un Piano di Emergenza ed Evacuazione che sia leggibile, e soprattutto intuibile, anche da chi non addetto ai lavori, anche da chi non è correttamente formato, e soprattutto a chi non è stato addestrato e preparato alle emergenze possibili di quell’ambiente.

Lo scenario che ha aperto la sentenza n. 43966 del 17 novembre 2009, è uno scenario molto ampio, molto complesso e soprattutto uno scenario a cui i nostri Datori di Lavoro non sono certamente preparati, c’è da chiedersi se tale preparazione è ottenibile perlomeno nei nostri colleghi professionisti, che si trovano di fronte ad una interpretazione molto allargata della norma, che inevitabilmente ha risvolti civilistici e penali non indifferenti, perlomeno a carico dei Datori di Lavoro.

Cosa molto importante, sia per i Datori di Lavoro, che per i loro consulenti, e quello di poter trasformare una Valutazione dei Rischi conscia della problematica dei terzi estranei, nella stesura di procedure di prevenzione e protezione concrete ed efficaci nei confronti dei terzi estranei al ciclo produttivo.

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