Sicurezza Semplice – Editoriale n°08

Questi miei editoriali desiderano essere una guida per il “comune cittadino” e/o per i non addetti ai lavori, nei meandri della applicazione e quindi conoscenza, della Sicurezza sui Luoghi di Lavoro.


    di Valerio Cinelli       segui su:   Linkedin    Facebook


Nello scorso editoriale ci eravamo lasciati con alcune domande (reali e anche provocatorie) alle quali cercherò di dare risposte comprensibili ed esaustive …

4) cosa accade in caso di sopralluogo e/o infortunio al Datore di Lavoro?

Quando si parla di infortunio in un ambiente di lavoro (unità produttiva fissa o mobile), si parla di un evento che può avere un esito anche mortale (massimo danno).

L’infortunio per definizione è:  “evento lesivo avvenuto per causa violenta, in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o un’inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, ovvero un’inabilità temporanea assoluta che importi astensione dal lavoro”.

Non deve essere dimenticato che le ripercussioni dirette e indirette, non sono solo a carico del lavoratore, ma anche nell’unità produttiva.

In primis le conseguenze sono sul lavoratore, ovviamente. Egli ha conseguenze che possono portare alla morte. Anche se nella stragrande maggioranza dei casi si parla di inabilità temporanea, o permanente nei casi più gravi.

Non vanno dimenticati comunque i danni a carico dell’impresa. Anche se in questo paese l’imprenditore sembra non essere minimamente interessato a questi evidenti “danni”, ci sembra giusto (noi operatori del settore) metterli in evidenza.

Quando una impresa ha un infortunio al suo interno, deve obbligatoriamente chiedersi se il ciclo produttivo non abbia bisogno di “riesame” (ISO 9001). L’imprenditore si trova inevitabilmente di fronte ad un danno morale e di immagine, ma sicuramente da non sottovalutare quello economico. Anche se in questo paese l’unico danno economico che viene analizzato e preso in considerazione dall’imprenditore è quello conseguente alla eventuale sanzione amministrativa, e nel peggiore di casi, alla sanzione penale all’infortunio; va detto che esiste un danno economico che può risultare ben più grave: la mancanza di manodopera (o di concetto) specializzata all’interno del ciclo produttivo.

Siccome il paese dove ci troviamo è l’Italia, paese dalle mille sfaccettature, dai mille colori e dalle mille risorse … anche per quanto riguarda la “gestione” dell’infortunio non c’è eccezione alla regola che recita: … fatta la legge, trovato l’inganno!

In Italia i cosiddetti mancati infortuni, che non sono quelli derivanti da uno studio del ciclo produttivo interno all’Unità Produttiva (come dovrebbe essere), ma quelli derivati dalla mancata denuncia dell’avvenuto evento; sono quasi quanti quelli realmente accaduti perché denunciati.

Uno dei motivi è sicuramente da ricercare nell’atteggiamento sbagliato degli organi di vigilanza e dei PM che svolgono le indagini di rito postume all’infortunio.

Il peggiore degli atteggiamenti è sempre quello che poi inevitabilmente porta ad un conseguente atteggiamento negativo da parte dell’imprenditore medio.

Da quando svolgo questo mestiere (quasi vent’anni), non ho mai visto, se non in rarissime eccezioni, punire il reale colpevole di un infortunio.

Come del resto succede anche per il reale colpevole di una infrazione alla norma.

L’atteggiamento costante degli UPG, e purtroppo anche dei PM, è quello di punire (per forza) il Datore di Lavoro. Ci sono state rarissime sentenze della Corte di Cassazione dove siano stati ritenuti diretti responsabili Preposti o gli stessi Lavoratori.

Mi sia lasci dire che questo atteggiamento non contribuisce ne a far crescere il rapporto civile fra Lavoratori, Imprenditore e Stato, e non contribuisce a responsabilizzare tutte le figure identificate dalla norma (attori della sicurezza), ognuno per la propria inevitabile fetta di responsabilità, come inoltre sarebbe nello spirito del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i. (Direttiva 89/391 CEE).

segue nel prossimo editoriale …

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